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22 feb 2009

Mi sembra giusto ricordarlo così

Ecco il fondo d'addio con cui lunedì 11 marzo 2002, Candido Cannavò chiuse la sua quasi ventennale direzione della Gazzetta


Quel pomeriggio di marzo dell' 83 Gino Palumbo, il padre della moderna Gazzetta, si presentò all' assemblea come un eroe per il saluto finale. Aveva raccolto, sei anni e mezzo prima, un giornale rosa pallidissimo, in pericolo di diventare bianco, dato quasi in regalo al Gruppo Rizzoli che aveva acquistato il «Corriere della Sera». E lui lo aveva orgogliosamente restaurato facendone il primo vero quotidiano popolare italiano. Gino ci ha lasciati nell' 87. Era un mio fratello maggiore: campione di professionalità antica, spietato sul lavoro, adorabile umanamente. Fu lui a scegliermi come successore, dopo due anni durissimi ed esaltanti trascorsi al suo fianco. A lui devo questa straordinaria e lunghissima avventura di giornalismo e di vita che oggi trova il suo epilogo formale. Lascio la direzione, senza separarmi dalla Gazzetta. Sarebbe impossibile.
Quel pomeriggio di marzo dell' 83, quando Palumbo finì di leggere il suo saluto e io mi presentai in assemblea per la rituale presentazione, trovai occhi lucidi, lacrime pudiche, commozione contagiosa. "Dovremmo concederci una bella doccia - dissi - prima di parlare del futuro di questo giornale". Poi avviai in tutta semplicità un discorso tra amici: questi sono i mezzi, ecco dove possiamo arrivare, l' organico da difendere, le nuove idee da promuovere sotto la bandiera della continuità. E un' immensa fiducia nel cuore. Mi promossero come uno della famiglia, ricordando che la mia prima firma sulla Gazzetta era apparsa nel luglio del '55, quale corrispondente da Catania. L'assemblea rinunciò alla votazione sul nuovo direttore. E io quella «acclamazione» me la sono portata dietro per 19 anni esatti come un omaggio dolcissimo e un' enorme responsabilità.
Eredità pesante. Ricordo con affetto Angelo Rizzoli alla firma del contratto: "Le affidiamo un gioiello, lo tenga caro, mantenga i risultati ottenuti dal dottor Palumbo". Parole testuali. E adesso, dopo tanto tempo, sfilano silenziosi nella memoria i nuovi traguardi che la Gazzetta ha tagliato: in fatto di copie, di pubblicità, di prestigio, di fatturati cresciuti del duemila o tremila per cento. Non è pura esibizione contabile. Un giornale per essere libero deve correttamente produrre un attivo economico. Montanelli diceva: "Sono io a mantenere i miei editori". La Gazzetta ha realizzato utili ogni anno, supportata da un'azienda - perdonate l'arido linguaggio - che ha creduto nel prodotto. E il giornale ha potuto godere di una libertà senza confini, condizionata solo dalla propria coscienza e dal sottile confine tra il legittimo e l'ingiusto, dove possono annidarsi l'errore e il pentimento. Sono cambiati in questo ventennio presidenti e direttori generali del Gruppo, azionisti e amministratori delegati, abbiamo attraversato anche una gestione controllata. Ma nessuna folata di vento è arrivata dalle nostre parti. La Gazzetta è andata avanti per la sua strada e con la sua secolare identità. E, dinanzi ai milioni di lettori che non finirò mai di ringraziare, giuro che nessuno dei "padroni" ha mai insidiato il bene della libertà di cui questo giornale ha goduto. Gli editori - ultimo Cesare Romiti - sono stati corretti, rispettosi e direi anche tifosi del foglio rosa. Le proprietarie della testata, Resy e Alberta Bonacossa, fiere della loro Gazzetta e amabili in ogni momento. Gli alti dirigenti sono diventati amici. Gli errori? Tutti nostri: cioé del direttore. Ma al di là dei bilanci e dei guadagni, il vero patrimonio rosa è stata ed è la redazione. I mitici anziani come registi della memoria, i giovani portatori di sangue nuovo, di idee legate allo scorrere del tempo. Una simbiosi serena e una cultura sportiva dinastica. Lo spirito di appartenenza trasmesso silenziosamente alle nuove leve. Tutto lo staff direzionale - vicedirettori e capiredattori - è arrivato dalla base. Una rappresentanza sindacale tenace, realista, onesta: gli interessi dei giornalisti in piena sintonia con quelli del giornale. Qualcuno mi avrà assistito dal cielo: ho diretto un grande giornale-famiglia, amandolo profondamente. Con terribili sgridate, giornate buie e la gioia di veder fiorire professionalità fresche, geniali, moderne. Questa è l'anima della Gazzetta, da 106 anni punto di riferimento inalienabile dello sport italiano, gemella delle Olimpiadi moderne. Noi l'abbiamo accompagnata piano piano verso un ruolo di leader nell' editoria sportiva del mondo. E i satelliti - il settimanale Sportweek e il sito Gazzetta.it - si sono allineati rapidamente su questa avanguardia.
Molta gente in questi giorni mi chiede se sono triste. Io rispondo: non ne ho il diritto. Ed è vero. Se mi volto indietro, penso ai giorni duri della guerra, agli stenti, ai bombardamenti, al padre perso quando avevo cinque anni, alla madre eroica che ha tirato su sei figli facendo la sarta, antesignana della modernità. Da quello scenario sono partito. Il giornale «La Sicilia» come palestra e trampolino, poi la Gazzetta. Entrando ogni giorno nello storico palazzo milanese di via Solferino ho sempre pensato alla mia famiglia siciliana, alla parte aspra della mia vita. E allora come si fa a essere tristi dopo un così lungo e felice viaggio, con tanti amici intorno, con le feste del Centenario, i riconoscimenti olimpici, l' affetto della gente, la grande apertura alla solidarietà, la mattinata del Giubileo trascorsa col Papa, persino l' Ambrogino d' oro consegnato, a me terrone di Milano, da un sindaco leghista? Molta gente mi dice anche grazie. E io rispondo che il diritto-dovere di ringraziare è tutto mio: grazie a Franca, impetuosa e geniale, ad Alessandro, Marco e Marilisa, che mi hanno donato l' amore, il coraggio, la spinta della famiglia. Grazie a Milano che mi ha accolto con simpatia, agli editori, ai dirigenti, ai funzionari, ai tecnici, ai compagni di lavoro della tipografia e della segreteria, allo staff del Giro d' Italia. Grazie alla onorata Italia dello sport, ai campioni, ai gregari, alle grandi donne, all' amico Varenne, cavallo del paradiso, grandioso anche ieri: ci hanno fatto raccontare storie bellissime di medaglie e umanità. Ma grazie soprattutto alla mia seconda famiglia: la redazione - dai preziosi vicedirettori all' ultimo stagista - fortificata da una solida e crescente presenza femminile. Nel patrimonio che porto con me ci sono battaglie leggendarie, prima fra tutte quella contro il doping: nulla ci ha fermati, anche se atleti gloriosi ci hanno traditi. E purtroppo mi trascino, oltre ai lutti della ruota dell' età e del destino, anche i giorni strazianti in cui ci vennero strappati il dolce Alberto Zardin e Giorgio Giavazzi, cuore generoso del giornale, nel pieno della loro professionalità e intelligenza. Ai miei occhi erano ragazzi. Di quel dolore non si guarisce. Ma ricordo anche i momenti gioiosi dei fiocchi azzurri e rosa e quelli in cui dall'Ucraina sono arrivati Pavel e Igor e dal Brasile un cioccolatino di nome Icaro. Hanno trovato tra noi genitori felici: sono figli adottivi di mamma Gazzetta. E poi, ho ricevuto dalla redazione il più bel regalo della mia vita: sta viaggiando per Kabul e io spero di raggiungerlo. È un'attrezzatura fisioterapica per i bambini falciati dalle mine anti-uomo e rimessi in piedi da Gino Strada nell'ospedale di Emergency.
Da domani questo giornale avrà in Pietro Calabrese il suo nuovo direttore. Il bene che di cuore gli auguro è pari al bene che voglio alla Gazzetta: il massimo. Il nuovo ruolo che vado a ricoprire - direttore editoriale dell'Area Sport del nostro Gruppo - mi tiene legato allo sviluppo del giornale in settori diversi. L' editore e il nuovo direttore mi chiedono - direi amabilmente mi impongono - di continuare a scrivere. Sarò felice di farlo nel rispetto della nuova direzione e sempre sulla base di quel ferreo impegno di lealtà e libertà che ho assunto con me stesso e con i lettori. Ai quali rivolgo l'ultimo grazie: lungo quanto gli indimenticabili 19 anni di direttore rosa, che oggi si concludono.
Candido Cannavò

Il giro senza di te non sarà più lo stesso...la ruota gira, di tanto in tanto qualcuno "lascia il gruppo" ci si accorge dopo quanto erano importanti prima.

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