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02 dic 2008

Albavilla - Le origini

Il territorio di Albavilla, come tutto il resto del Piano d’Erba, è stato abitato dall’uomo fin dall’età neolitica: reperti di questa era sono stati rinvenuti nella grotta del Buco del Piombo e nelle torbiere di Bosisio e Pusiano.
Non si sa se i primi abitanti fossero Orobi, Etruschi o Umbri, ma da alcuni ritrovamenti si evincono alcuni elementi di origine celtica.
Tracce di questi antichi insediamenti sono rimaste nella nostra toponomastica: il Montorobio prende il nome probabilmente dagli Orobi, “viventi sui monti” così denominati da Catone, giunti dall’Europa centrale, che nella zona portarono l’uso di costruire le loro abitazioni su palafitte (resti ne sono stati ritrovati nei laghi di Pusiano e Montorfano).
Vicino al Montorobio si trova una località denominata Castlasc, il cui nome sembrerebbe indicare che possa essere stata sede di antichi “castellieri”, recinti di difesa con all’interno abitazioni, risalenti all’età del ferro.
Nel corso dei secoli si sono stabiliti in queste zone Liguri, Etruschi, Umbri (o Isombri o Insubri, da cui la denominazione Insubria, risalente al 1100 a.C.).
Dal nord verso la metà del VI secolo a.C. giunsero popolazioni celtiche, che si fusero coi popoli preesistenti dando origine ai Galli cisalpini che si scontrarono per due secoli coi romani, finchè questi fecero dell’Italia settentrionale una provincia romana, alla quale concessero la cittadinanza nell’89 a.C.
Numerosi i reperti di epoca romana, tombe con monete, terrecotte, bronzi, venuti alla luce un po’ in tutte le zone del paese.
Lo storico cinquecentesco Alciato (alzatese) collocava in Albavilla la villa dell’ “Alsium” o “Albium”, dimora prediletta dal generale e console romano Virginio Rufo.
Una vecchia tradizione vuole che soggiornasse ad Albavilla anche Cicerone, ospite di un Roscio da lui difeso con successo da un’accusa di omicidio.
Altri ospiti illustri si ipotizza siano stati i due Plini (il Vecchio e il Giovane), Crito Venno, Ipsulla.
E con questo ruolo di “villa” si spiega l’etimologia del nome Albavilla, la vecchia Villalbese, l’antico Vicus Alpensis o l’ancor più antica Villa Albensis, tutte indicanti una località di riposante soggiorno in zona di pascoli montani.
Dal terzo secolo in poi ci fu un susseguirsi di invasioni da parte dei barbari: Franchi, Alemanni, Goti, Visigoti, Vandali, Unni, Longobardi.
A questi secoli risalgono probabilmente i ruderi delle fortificazioni che esistevano nel Buco del Piombo.
Scarsi i documenti di questo periodo: si sa che Albavilla sotto il governo longobardo franco apparteneva alla Pieve di Incino, facente parte del contado della Martesana.
La frazione di Carcano che potrebbe dovere il suo nome ad un duca longobardo, di sicuro fu centro di un capitanato brianteo, sede di un castello.
In questo castello nel 1160 si asserragliarono i sostenitori dell’imperatore Federico Barbarossa in guerra contro Milano e i comuni suoi alleati.
Il castello con due rocche sorgeva sull’area attualmente occupata dalla chiesa e dal cimitero ed era difeso per tre lati da un profondo vallo naturale, rimanendo accessibile solo verso Tassera.
Il 9 agosto si combattè con alterne vicende la battaglia di Carcano-Tassera. Vittoriosi i milanesi all’inizio, prese poi il sopravvento il Barbarossa che distrusse il carroccio, simbolo dei liberi comuni.
I milanesi ricevettero però rinforzi da Erba ed Orsenigo ribaltando l’esito della battaglia. Federico si diresse al Baradello di Como, abbandonando a se stessi i suoi sostenitori asserragliati nel castello di Carcano.
I milanesi mantennero invano l’assedio al castello per quasi un mese, abbandonandolo il primo di settembre per rientrare a Milano.
Solo molto più tardi il castello cadde nelle mani dei milanesi che lo distrussero completamente. Nel 1183, con la pace di Costanza tra Comuni ed imperatore, i nostri paesi con la Martesana furono annessi a Milano.
Sotto la dominazione spagnola nei secoli XVI e XVII ci fu un generale impoverimento, decaddero il commercio, l’agricoltura e l’artigianato.
La popolazione conobbe la miseria, aggravata dalle ruberie dei banditi, dalle carestie e dalle pestilenze.
Nel 1707 subentrò il dominio austriaco che, salvo un breve ritorno spagnolo nel 1745-46 e la parentesi francese del dominio napoleonico, durò fino al 1859.
La situazione migliora: vengono ridotte le tasse, adottate riforme amministrative, favoriti commercio e agricoltura.
Sotto il governo di Maria Teresa nel 1755 si stabilì un nuovo metodo di amministrazione comunale: i possidenti di ogni comune si riunivano in “Convocato” due volte al mese per decidere sulle nomine e sulle spese del comune.
Le riunioni si tenevano a Villalbese nella sala maggiore della casa parrocchiale detta “Sala comunale” e nella piazza attigua denominata “Praello”.
La popolazione si raddoppiò in un trentennio passando da 554 abitanti a 1056 (1760), grazie anche all’assorbimento di Saruggia che prima faceva comunità a sé.
Del ventennio della dominazione francese (1796-1814) resta un ricordo toponomastico: l’Alpe del Viceré prese infatti il suo nome da Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone, Viceré d’Italia.
Il Viceré aveva infatti comprato l’Alpe per tenerci i suoi cavalli.
Nel 1800 Villalbese con il distretto di Erba passò definitivamente a far parte delle provincia di Como.
Nel 1859 il comune fu annesso al Regno d’Italia.
Nei decenni successivi il paese subì un’importante trasformazione economico-sociale, passando da villaggio prevalentemente dedito all’agricoltura a centro importante dell’industria serica e centro di villeggiatura.
Il 14 luglio del 1928 Carcano e Villalbese si fusero in un unico comune che prese il nome di Albavilla.
Nel 1931 Molena, Ferrera ed altri cascinali vennero assorbiti da Albavilla, da cui già dipendevano ecclesiasticamente.
Centro di villeggiatura nel secolo scorso, ha visto negli ultimi decenni ridurre l’afflusso turistico ai soli turisti domenicali che nel periodo estivo prendono d’assalto l’Alpe del Viceré.
Praticamente scomparsa l’agricoltura, la crisi dell’industria serica portò alla chiusura delle filande (Civati, Rejna, Porro, Borselli, Giobbia, Feloy e ultima la Dubini) e alla riconversione delle industrie meccaniche che si erano specializzate in impianti filandieri, moltiplicandosi nel numero delle aziende, di dimensioni limitate, e diversificandosi nelle attività.

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