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19 nov 2007

il velocista e la volata

il “velocista”, è un atleta in grado di battere, sulla linea del traguardo, il lotto intero dei partecipanti a una grande corsa ciclistica. E la vittoria in volata, solo all’attenzione di uno spettatore superficiale può apparire riduttiva.
È infatti molto raro che una competizione si svolga a ranghi compatti, e ad andatura molto blanda, per accendersi, poi, ad alcune decine di metri dal traguardo e decretare l’alloro a chi è risultato il più veloce. Al contrario, la corse registra una serie infinita di scatti e attacchi in cui il velocista deve difendersi sul terreno a lui meno congeniale, ad esempio la salita, per non perdere quella freschezza fondamentale al traguardo, quando non addirittura le ruote, e potersi in questo modo giocare la volata. In altre parole, se è vero che il velocista “puro” può risolvere a proprio vantaggio la corsa unicamente sul rettilineo di arrivo, questo non dimostra che non l’abbia sofferto le pene dell’ inferno e del purgatorio messe assieme durante la gara. Il fisico del velocistaIl profilo fisico del velocista poggia, invece, su un piano più concreto e obiettivo, anche se in questo campo non sempre si possono indicare caratteristiche che abbiano un valore assoluto. Diciamo che il velocista, sotto l’aspetto della stazza atletica, può essere sostanzialmente diviso in due categorie. Alla prima fa capo un corridore longilineo e spesso di alta statura, fornito di un peso corporeo mediamente o molto rilevante, e di muscolatura sviluppata senza essere abnorme. Alla seconda appartengono i velocisti di statura medio-bassa, non raramente brevilinei, con una muscolatura a volte particolarmente vistosa. Entrambe le classi sono però riconoscibili per l’ossatura molto solida e per la capacità di azionare muscoli e articolazioni in modo sensibilmente elastico, servendosi di impulsi nervosi che si possono definire “veloci” e “intensi”, nel quadro della nota ripartizione tra fibre veloci o lente in buona parte acquisita dalla scienza medico-sportiva. Il “potente” e lo “sprinter”Vi sono comunque delle differenze sostanziali che distinguono il gesto del velocista alto e con una corporatura relativamente consistente, che chiameremo per comodità velocista “potente”, dalle azioni del velocista statisticamente riconoscibile per una statura più modesta e volumi maggiormente raccolti, che può essere definito come lo “sprinter”. Il velocista potente ha “congenialità”, di lanciare la volata lunga, partendo non di rado a 400 metri dal traguardo, con una progressione irresistibile che ha lo scopo, qualche volta realizzato, di staccare materialmente gli avversari dalla ruota e l’obiettivo di non permetterne, comunque, la rimonta a pochi metri dalla linea. Questa figura si avvicina, e in qualche caso si identifica, con il “passista veloce”.Lo sprinter vero e proprio è, invece, un corridore che si rivela a 50 metri dal traguardo, in una volata allo spasimo che è già stata abbondantemente lanciata. Esce allo scoperto negli ultimi centesimi di secondo e sfodera la capacità di primeggiare su tutti, magari per lo scarto dell’apparente inezia di una gomma, risultando il più abile e veloce. Va comunque ricordato che il ciclismo moderno, soprattutto per i giochi di squadra, tende a confondere il gesto che distingue il velocista potente dall’ultimo scatto dello sprinter puro. Così, rivedendo le immagini registrate, è interessante riflettere sulla esecuzione delle volate di Mario Cipollini, considerato attualmente il più grande velocista mondiale. Non si può dire, in assoluto, che il Re Leone inizi le proprie progressioni da lontano, come non si può affermare che tutte le vittorie di Cipollini vadano ascritte alla prepotenza dell’ultimo metro della corsa. A volte ha trionfato per lo scarto di una macchina, altre volte ha vinto per meno di mezza ruota, in qualche caso ha staccato gli avversari al punto che sarebbe stato opportuno classificarli a tempo. Molto semplicemente, Mario Cipollini possiede sia la facoltà di sostenere una progressione lunga, sia la virtù di eccellere a ridosso della linea. Cipollini, dunque, si regola, in senso perfettamente moderno, a seconda dell’andamento della volata, avendo dalla sua la certezza di essere, comunque, straordinariamente veloce. L’esplosione del gesto Sta di fatto che qualunque velocista è riconoscibile per una dote che sta a monte della velocità: la sorprendente celerità dei suoi movimenti, cioè un amalgama della forza fisica con l’agilità, che produce una vera esplosione del gesto atletico, tale da sollecitare, nei casi più esaltanti, non più il paragone con mezzi spinti dall’energia umana, ma, più credibilmente, dalla meccanica di un motore. Quali sono, allora, le qualità preminenti del velocista, in una classificazione tecnica che accredita al corridore ciclista valori come l’agilità, la forza, la potenza e la resistenza? È fuori di ogni dubbio che l’agilità è l’elemento dominante nell’azione del velocista. Centotrenta giri al minutoLe volate vengono compiute a un regime medio di 130 giri/minuto, con punte che talvolta sfiorano le 150 battute. Tutto ciò a prescindere dal rapporto alla ruota che si è scelto per conquistare il traguardo. La lunghezza del rapporto non deve infatti condizionare la velocità di rotazione, perché penalizzerebbe in misura più o meno sensibile proprio la velocità. In altri termini, non si può produrre velocità senza essere notevolmente agili. Pertanto, quando un corridore che perde la volata, intervistato alla televisione, dichiara di avere sbagliato rapporto, i casi sono soltanto due: se ha innestato un pignone da 11 denti, ha perduto la corsa perché non è riuscito ad agilizzare la resistenza alla catena e il rapporto è risultato troppo pesante; se, invece, ha ingranato il 12 oppure il 13, la facilità con cui è riuscito ad agilizzarsi, lo ha convinto che l’uso dell’ingranaggio da 11 o da 12 denti gli sarebbe stato possibile, senza rinunciare alla frequenza di rotazione, con l’evidente risultato di una velocità maggiore e di una probabile vittoria. Il velocista nella squadraPer capire ora l’importanza che riveste il velocista nella strategia della competizione, e quindi nell’economia di una squadra professionistica o dilettantistica di alto livello, basta guardare ai risultati delle corse di una qualunque stagione moderna, che registrano un considerevole numero di gare vinte in volata. Questo dato, insieme a una diffusa cultura di tipo strategico, ha prodotto sul campo, in senso tattico, una serie di operazioni e di gesti che diventano quasi ripetitivi, quando il gruppo compatto è in vicinanza del traguardo e fa pensare con molta probabilità, se non con certezza, a una risoluzione in volata. Alla testa del gruppo si portano allora i grandi passisti, diciamo meglio i passisti veloci, compagni di squadra di un velocista che si vuole favorire per la vittoria. I passisti producono una velocità particolarmente elevata che ha lo scopo di allontanare, se non di precludere, l’eventualità di uno scatto di tipo finale, cioè l’azione di un corridore ben definito dai francesi “finisseur” che, almeno storicamente, con una violenta progressione offensiva piantava tutti a un chilometro o due dal traguardo. Tempi duri, quindi, per i “finisseur”, che sono in queste fasi annullati dai passisti che fanno l’andatura. Ecco dunque che si formano dei treni, riconoscibili gli uni dagli altri perché i vagoncini, cioè i corridori, vestono maglie di identico colore. Il velocista viaggia di norma in terza o quarta posizione e aspetta il momento fatidico, che in genere si registra subito dopo il passaggio all’ultimo chilometro. A questo punto il velocista prende la ruota del proprio “apripista”, cioè di un compagno straordinariamente veloce, che ha lo scopo di rimanere nelle primissime posizioni del gruppo, idealmente allineato con i treni avversari che si aprono spesso a ventaglio, in modo da condurre materialmente la corsa al velocista che uscirà allo scoperto nel momento soggettivamente più opportuno per giocarsi la vittoria. Ma non è tutto. Nella fase in cui il velocista inizia la propria azione, o subito prima che questa si svolga, si evidenzia infatti idealmente un’altra figura tattica, un secondo corridore della stessa squadra del velocista, che segue il capitano con l’obiettivo di “pulirgli la ruota”, ovvero di precludere la possibilità che un avversario si porti nella scia del velocista per sorprenderlo, poi, negli ultimi metri. La sofferenza dell’azioneQuesto è lo schema, passibile ovviamente di tantissime varianti, che permette, di capire meglio il ciclismo, anche a chi lo segue solo per diletto sportivo. Non si tratta, però, di pura esibizione, ma di sofferenza e di spasimo per il velocista che non ha naturalmente esaurito il proprio compito quando esce al vento. Qui l’azione si trasforma nel “miracolo” della velocità massima raggiungibile e il ciclismo, che è uno sport aerobico, diventa atto supremo da condurre in apnea. I corridori viaggiano al limite dell’asfissia e il velocista ha l’obbligo non solo di essere il più veloce, ma di non sbagliare nelle astuzie e nei passaggi che sono intimamente legati al suo gesto atletico. Così, non dovrà deviare dalla propria linea di marcia, né togliere le mani dal manubrio, pena l’immediata squalifica. Non dovrà poi uscire dalla parte eventualmente esposta a una corrente laterale, perché la sua azione verrebbe penalizzata, mentre dovrà possibilmente evitare di condurre la volata al centro della strada: portarsi al margine destro o sinistro della carreggiata, infatti, pone il velocista nella condizione di guardarsi, per un possibile ritorno dell’avversario, da una parte sola. Dovrà, infine, essere pronto e abile nell’eseguire, qualora occorra, l’azione del colpo di reni. E tutto questo con l’occhio attento alle spinte, alle deviazioni e agli sbandamenti, alle scorrettezze non improbabili, che sono tutti elementi connaturati alle volate. Il velocista che taglia il traguardo, in sostanza, esce da una battaglia molto difficile, a volte cruenta, combattuta con se stesso e contro tutti, a colpi di pedale. Per questo merita tutto il nostro entusiasmo. Al limite, anche quando non vince...

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